venerdì 17 agosto 2012

“Muro, che ti discosti…”, poesia di Emanuele Marcuccio in esergo a Flyte & Tallis, saggio di critica letteraria di Lorenzo Spurio







 Muro, che ti discosti… [1]

A Lorenzo Spurio


Muro, che ti discosti,
che ti accartocci
su te stesso, vibra
sibila lontano la guerra
e giunge
distruttiva…
Muta
una nobile famiglia
e rimane, muta
divisa
al presente…
espia colpa, amara colpa
rimordi!

(27/4/2012)


[1] Edita in esergo al nuovo saggio di critica letteraria Flyte & Tallis, di Lorenzo Spurio, con Photocity Edizioni. Il saggio analizza due romanzi della letteratura inglese contemporanea. 

Riedita nell’antologia di autori vari I poeti contemporanei 66, Editrice Pagine, 2012 (eBook kindle e cartaceo).
Già edita in L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012), Edizioni Kairòs, 2013. (Ultimo aggiornamento della nota, 31/01/2013)



Di seguito vari commenti critici sulla poesia.




“Muro, che ti discosti…”
Commento a cura di Luciano Domenighini




Poesia piuttosto ermetica per il generoso ricorso all’ellissi che ne valorizza i residui frammenti, è composta da tre parti: un vocativo libero descrittivo, una parte narrativa doppia, con due soggetti (la guerra, una nobile famiglia) a cui vanno per ciascuno due coppie di indicativi presenti dei quali il primo è sdoppiato nella prima coppia “vibra sibila” e sottinteso nella seconda, “rimane”, realizzando una simmetria di compensazione e infine un distico in vocativo iterato (colpa, colpa) rafforzato da due imperativi in esclamativo (espia, rimordi!).
Tre momenti ben distinti ma di grande efficacia espressiva nel rappresentare l’orrore della guerra.
L’immagine del vocativo di apertura, il muro rimasto, simulacro, mutilato e imploso, di un tempo felice di pace e lavoro, è di straordinaria pregnanza.
Anche il secondo periodo, rivolto alla famiglia (che il poeta chiama “nobile”), penosamente sfumato sui punti di sospensione, è un modello di efficacia espressiva, con un raddoppio aggettivale (“muta/ divisa”) rafforzativo sull’iterazione del “muta” verbale del settimo verso, a ribadire che la guerra porta solo dispersione e silenzio in ciò che l’uomo ha di più caro.
Il terzo momento, un distico esclamativo e sferzante, rivela il perché di tanto castigo; solo una colpa da espiare, predestinata, originale (forse quel “Peccato Originale”?), ne può essere la ragione.



A CURA DI LUCIANO DOMENIGHINI                                                         2015



“Muro, che ti discosti…”
Commento a cura di Cinzia Tianetti

Incuriositi dal titolo, al richiamo poetico: “Muro, che ti discosti…” s’attende al suo non più inerte stare, perché attraverso l’estro del poeta esso esorta a gran voce dal prendere le distanze dall’incomprensibilità della violenza, direi, per usare un termine di mons. Helder Camara, con un atto di “coscientizzazione” verso la realtà (ciò che dovrebbe essere humana praxis) che, strano a dirsi, nel denunciare porta con sé una speranza. Interessante in questo senso è il parallelismo del muro, muta pietra, che urla con il suo gesto un no disperato, dolorante, e il mutismo di una nobile famiglia, che espia colpe sotto l’affilata nèmesi che si intravede timidamente a dividere “al presente…” quel che poteva essere un delizioso e quotidiano quadro familiare. Ed è così che si sposta la percezione del soggetto dall’io del poeta al nuovo soggetto: il “muro” che trasmutando diviene limen/limes, inteso non come limite “aldilà del quale”, ma luogo. E questo luogo, parafrasando il pensiero aristotelico: “limite immobile del contenente”, è limen/limes mobile del contenuto “Io”, perché egli è vivo, umanizzato, agisce, con espressione d’orrore e di dolore avvertito nei brevi versi lapidari: “[…] che ti discosti,/ che ti accartocci/ su te stesso […]”.
La mole prima inerte s’allontana dal male della guerra, prende le distanze, ripiega nelle sue riflessioni, nelle emozioni, e nell’estrema trasmutazione poetica si comprende il messaggio sotteso: quanto male può fare, quanto dolore può esserci nell’immagine del muro che ripiega e dell’uomo (annunciato nella nobile famiglia) ammutolito, perché, continua a far sottintendere l’ispirata poesia e nonostante le rassicurazioni dell’io poetico, “[…] vibra/ sibila lontano la guerra” giunge, e giunge distruttiva; come a voler dire che tutto ci appartiene anche quel che sembra lontano dalle nostre case, lontano dai nostri confini. Ma quel solitario limen/limes sa che il suo essere è confine, soglia, casa, dimora, traguardo, cade il suo essere barriera, esso traduce adesso il pianto del rimorso nel suo solitario agire; il primo a cadere sotto il peso del nodo espresso dall’alto dell’ultimo verso, come voce divina: “rimordi!”.
E, parafrasando Dante, è impossibile non intendere l’intera lirica anche come risposta profetica alla domanda dell’umana anima poetica: “Perché non rimordi?”.
Come Dante immagina un aldilà che nessuno vedrà senza prima morire, profetizzando peccati e colpe, così in questa poesia Marcuccio porta ad una forma verbale dalla doppia valenza di presente indicativo e di presente imperativo un sentimento ancora non intimamente nutrito nell’animo umano; nella sua forma imperativa può richiamare ad un monito ma avallata dalla forma del presente indicativo è un profetizzare su quel che succederà all’uomo ancor più di adesso, quando sarà un corale sentimento il rimorso. Per questo sottintesa si può scorgere la domanda a cui il poeta già ha risposto per un futuro vicino: “Perché non rimordi?”.


A CURA DI CINZIA TIANETTI                                                            2 maggio 2012



“Muro, che ti discosti…”
Commento a cura di Santina Russo

Una poesia che si presta a diverse interpretazioni, che dall'autore arriva al lettore come un alito di vento che durante il tragitto si trasforma e si arricchisce delle particelle con cui si scontra, una poesia evocativa che nella prima parte riproduce un onomatopeico accartocciarsi del muro su se stesso attraverso l’allitterazione della “s”, mentre nella seconda parte lo stesso effetto onomatopeico è ripreso dall'allitterazione della “m”, con riferimento al mutismo della famiglia nobile.


A CURA DI SANTINA RUSSO                                                              4 maggio 2012



“Muro, che ti discosti…”
Commento a cura di Domenica Oddo

Questa poesia ci rimanda ad uno dei temi cruciali vissuti dalla società odierna, cioè, la fragilità delle famiglie, delle istituzioni, delle nazioni, etc. Gli interessi personali, fabbricano pietre che innalzano muri e dividono le stanze di una casa, e i litigi, anche fra persone che si amano, fanno chiudere le orecchie dei muri, che si accartocciano su se stessi, impedendo l’ascolto. Si rimane isolati, muti, anche pur rimanendo insieme. La colpa da espiare porta a mettere in discussione l'egoismo dell'essere umano, che si ritrova in una guerra, voluta o non voluta, apparentemente lontana, che coinvolge tutti i membri di quella famiglia.
La sensibilità del poeta sente l'urlo disperato e ripiegandosi su se stesso, trova la luce della poesia che sarà lampada accesa, che farà chiarezza negli interrogativi dei mali oscuri, che attanagliano la società. Una poesia-denuncia, un appello di speranza per chi vuol mettersi in discussione, per chi vuol uscire da se stesso per alzare gli occhi su ciò che avviene nel mondo.


A CURA DI DOMENICA ODDO                                                                       4 maggio 2012


“Muro, che ti discosti…”
Commento a cura di Rosa Cassese

Una poesia ermetica, molto significativa, evocante la scissione tra l'essere umano e la famiglia cui appartiene, reso incomunicabile da un muro che ne delimita i confini, confinandolo oltre l'identità. Notevole l'evocazione poetica attraverso affermazioni contrapposte, un alitare poetico, amaro-reale.


A CURA DI ROSA CASSESE                                                                       3 settembre 2012

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