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giovedì 27 febbraio 2014

«Pensieri minimi e massime», recensione critica a cura di Susanna Polimanti


di Emanuele Marcuccio
Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover Designer: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €

Recensione a cura di Susanna Polimanti



Nella sua silloge poetica “Per una strada”, pubblicata nel 2009, Emanuele Marcuccio descrive con “Il vascello nel mare in tempesta” (Pag 25) la nostra realtà condivisa dove “la nostra vita s’inabissa” vana,  senza la guida della fede; un passaggio terreno che scorre esattamente come un “orologio che ha lancette sconnesse, ritorte” (Pag.70). In ogni sua opera, il poeta evoca la figura divina che è in ogni memoria ed anima. Sono certa che dalla stessa scintilla divina abbiano origine i suoi Pensieri Minimi e Massime, Edizioni PhotoCity del 2012, una raccolta di 88 pensieri che vanno ben oltre il cosiddetto aforisma, in cui con stile sobrio e conciso Emanuele Marcuccio indica l’importanza non del traguardo finale bensì della preziosità di ogni nostro percorso. Considerando l’etimologia della parola greca aphorismós: definizione, è riduttivo chiamare aforismi i pensieri contenuti in questa raccolta, in realtà essi nascono dalla meditazione e dalla spontaneità del poeta e si traducono in saggezza e lungimiranza,  ricchi d’intensità concettuale, di natura etica e sociale. Marcuccio si affida alla sua personale sensibilità ed esperienza di vissuto per suggerire al lettore una profonda riflessione su sentimenti e quella particolare realtà che è oltre il visibile: “Chi si ferma alle apparenze, ha gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio”  (N.87). Intensa e precisa l’interpretazione del dolore e del silenzio che s’identifica nell’arte stessa della poesia. Ancora una volta ritroviamo lo scorrere del tempo, che è istante e il valore fugace degli attimi di felicità che “si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni”  (N. 77).
Un’emozione, un ricordo, un semplice particolare osservato con lo sguardo del cuore, fanno scattare nel poeta la molla dell’ispirazione che si concretizza nel desiderio di creare, comunicare le proprie idee ma soprattutto esprimono il suo grande amore per la poesia; un’arte che diviene forza liberatrice di emozioni che altrimenti rimarrebbero intrappolate nella nostra anima. Con delicato e velato vigore la poesia rischiara l’oscurità degli animi, dà voce ai silenzi interiori, si trasforma in sondaggio all’interno della propria esperienza di vita, ogni intensa emozione trasfigura, si connette con la matrice profonda di ogni verso del poeta. Emanuele Marcuccio nei suoi Pensieri Minimi e Massime non sermoneggia semmai permette al suo cuore di esprimersi in assoluta libertà, con un distillato del meglio di sé, con garbo e rispetto ci sprona a godere delle bellezze nascoste della vita, richiamando la nostra attenzione a non perdere nulla di ogni nostra esperienza. I suoi pensieri s’imprimono nella nostra anima e suscitano emozioni e riflessioni profonde sull’autentica accezione del nostro essere e la rilevante efficacia dell’amore che rimane sempre “l’unica arma contro il dolore”  (N. 8). La breve ed illuminata opera di Marcuccio si mostra incisiva ed efficace, evidente ricerca di evasione da una realtà insoddisfacente verso il sogno, quale superamento figurativo dei limiti della realtà e delle sue contraddizioni. L’ascolto interiore con la complicità della fantasia esorta ad elevarsi.


(Scrittrice, critico-recensionista)


Cupra Marittima (AP), 1 settembre 2013

giovedì 11 luglio 2013

Presentazione dei miei due libri e dell'Antologia Int. TPLM: Palermo, 16 giugno 2013





A Palermo, presso la sede unica dell'Associazione Artistica e Culturale "Centro Caterina Lipari" e "Romantic Museum", il 16 giugno 2013 si è tenuta la presentazione di «Per una strada» (SBC Edizioni, 2009) e «Pensieri minimi e massime» (Photocity Edizioni, 2012) di Emanuele Marcuccio. A seguire si è presentata l'Antologia del I Concorso Letterario Internazionale Bilingue "TraccePerLaMeta" (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013).
Relatori: Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario); Monica Fantaci (poetessa, scrittrice, critico-recensionista).
Sono intervenuti: Gabriele Filippone (Vicepresidente dell'associazione); Luciano Domenighini (critico letterario, poeta), tramite messaggio letto da Lorenzo Spurio; Pierangela Castagnetta (poetessa), tramite messaggio letto da Monica Fantaci.
Per l'Antologia del I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta sono intervenuti: Emanuele Marcuccio (poeta, aforista, membro di giuria del I Concorso Letterario Internazionale TraccePerLaMeta); Monica Fantaci (poetessa, socia dell'Associazione TraccePerLaMeta).
L'evento è stato promosso da Euterpe Rivista Di Letteratura e dall'Associazione Culturale TraccePerLaMeta, con il patrocinio dell'Associazione Artistica e Culturale "Centro Caterina Lipari" e "Romantic Museum".




Da sinistra Lorenzo Spurio e Monica Fantaci

Da sinistra Gabriele Filippone, Emanuele Marcuccio e Lorenzo Spurio

Da sinistra Emanuele Marcuccio, Lorenzo Spurio e Monica Fantaci

Presentazione di «Per una strada»
(SBC Edizioni, 2009), di Emanuele Marcuccio
Presentazione di «Per una strada»
(SBC Edizioni, 2009), di Emanuele Marcuccio




Lorenzo Spurio legge l'intervento di Luciano Domenighini
Monica Fantaci legge l'intervento di Pierangela Castagnetta
Presentazione di «Pensieri minimi e massime»
(Photocity Edizioni, 2012), di Emanuele Marcuccio



Presentazione dell'Antologia del I Concorso Letterario
Internazionale Bilingue "TraccePerLaMeta
(TraccePerLaMeta Edizioni, 2013)




venerdì 8 marzo 2013

Auguri a tutte le donne, ispirato dall'«Elettra» di Sofocle!




«Possiamo considerare la figura di Elettra come il mito archetipico di ogni donna sottoposta ad ogni genere di violenza. Cosicché, l'unica arma di difesa che ha la donna per sfuggire alla violenza è l'istruzione e, conseguentemente, i libri, quelli degni di questo nome e fonti di cultura per eccellenza. Senza istruzione e quindi, senza libri, la donna sarebbe vittima di ogni genere di violenza, più di quanta già ne subisce oggigiorno.
Similmente possiamo considerare Oreste come il mito archetipico di ogni difensore delle donne, ma solo per difendere e confortare Elettra.
Purtroppo, molti sono gli Egisto e pochi gli Oreste[1]



Oreste ad Elettra[2]

Oh, quale dolore provasti
per la tua triste sorte,
reietta, percossa, disprezzata!
Ma ora, felicità insperata giunge
alle tue pupille stanche:
tuo fratel, creduto morto,
è giunto alfin
a liberarti,
ad abbracciarti,
a rimirarti, dolce sorella;
quanto hai sofferto,
che aspra guerra, a qual battaglia
fosti risoluta, non vacillasti!
Come montagna che giammai trema
sotto le sferze del ciclone,
come cascata, che vasta
erompe precipite,
non t’arrestasti!
Eri pronta anche a morir,
triste misera, cara sorella,
erano pronti a seppellirti viva,
pur di serrarti la bocca,
quella bocca, che nacque
ad indorare baci,
una volta sposa,
a sì nero ufficio fu deputata:
casta fanciulla, ambra di rose,
non soffrir più,
riposa sul mio cuor,
non soffrir più,
non soffrir più!

(9/10/1996)


Scrissi questa poesia dopo la lettura dell'«Elettra» di Sofocle (496 a.C. – Atene, 406 a.C).
Ed ecco di seguito i passi per me maggiormente carichi d'ispirazione.


«ELETTRA
O mio ultimo ricordo della vita di Oreste, l'uomo a me più caro! Come ti accolgo ora, e com'erano diverse le nostre speranze quel giorno, quando ti ho mandato lontano! Ora ti stringo tra queste mie mani, ma tu non sei più nulla. Eri splendido, figlio mio, quando ti ho messo in salvo da questa casa. Oh, fossi morto prima che le mie mani ti strappassero alla strage per mandarti in una terra straniera: anche te, quel giorno, avrebbero ucciso e ora giaceresti sepolto con tuo padre! Ma orrenda è stata la tua morte, fuori dalla tua casa, in fuga, in terra straniera, lontano da tua sorella. E io... il tuo corpo... non l'ho lavato io, non l'ho composto io... il tuo corpo; non sono stata io, com'era giusto, a raccogliere dal rogo ancora ardente il peso misero delle tue ossa. Mani estranee ti hanno toccato e ora, infelice, ritorni a me, piccola cosa in questa piccola urna. Povera me, inutili le mie cure di un tempo, spese ad allevarti, a crescerti forte: fu una fatica dolce! Non eri di mia madre tu, eri mio, solo mio: io, in questa casa, fui la tua nutrice e me sola tu chiamavi sorella. Ma ora tu sei morto e in un giorno solo tutto è svanito. Sei sparito e tutto hai trascinato con te, come un uragano. È morto nostro padre e la tua morte è stata la mia morte. E ridono i nemici; è in delirio quella madre non-madre, che un giorno tu saresti tornato per punire. Ma le nostre speranze, tutte le ha distrutte questo destino pieno di dolore, tuo e mio, e invece della tua persona cara mi manda polvere e ombra vana. Ahimè! Ahimè! Povero corpo, hai percorso una strada maledetta, mi hai ucciso, fratello! E ora accogli anche me in questa tua casa, accoglimi nel nulla, perché anch'io sono nulla e voglio stare con te, sotto terra per sempre. Quand'eri qui ho sempre condiviso la tua sorte e ora voglio morire e stare insieme a te in questa tomba, perché i morti, lo vedo, non provano più dolore.

CORO
Elettra, ricordati, sei nata da un mortale e Oreste era mortale. Non piangere troppo: il dolore è un debito che tutti dobbiamo saldare.

ORESTE
Che devo dire? Sono turbato, perdo il mio controllo.

ELETTRA
Perché sei turbato? Che dici?

ORESTE
È il viso radioso di Elettra questo?

ELETTRA
Sì, ridotto in questo stato.

ORESTE
Che cosa indegna!

ELETTRA
Ma tu, straniero, stai forse piangendo per me?

ORESTE
Un corpo sfigurato: è una profanazione.

ELETTRA
Compiangi me, straniero, o chi?

ORESTE
Un'esistenza infelice, senza nozze.

ELETTRA
Perché mi guardi e piangi, straniero?

ORESTE
Perché le mie disgrazie ancora non le sapevo tutte!

ELETTRA
E le hai sapute dalle mie parole?

ORESTE
Vedo una donna segnata da un dolore infinito.

ELETTRA
Vedi solo un frammento delle mie disgrazie.

ORESTE
E come immaginarmi disgrazie peggiori?

ELETTRA
Sono costretta a vivere insieme ad assassini.

ORESTE
Gli assassini di chi? Di che delitto parli?

ELETTRA
Di mio padre. Mi hanno costretta a forza a fare da serva.

ORESTE
Chi ti ha ridotto in questa condizione?

ELETTRA
Mia madre: questo dice di essere; ma niente ha di una madre.

ORESTE
E come? Con la violenza o con infami ricatti?

ELETTRA
Con la violenza, il ricatto, in ogni modo.

ORESTE
Nessuno ti difende da lei? Nessuno può fermarla?

ELETTRA
No! Chi lo poteva è cenere.

ORESTE
Ti guardo e provo una pietà infinita.

ELETTRA
Sei il solo - sappilo - a sentire per me un po' di compassione.

ORESTE
Perché anch'io sono qui a patire quello che tu patisci.

ELETTRA
Sei un parente allora? Da dove vieni?

ORESTE
Te lo dirò, solo se queste donne sono amiche.

ELETTRA
Sono amiche fidate.

ORESTE
Posa quest'urna; devi sapere tutto!

ELETTRA
Non farmi questo, ti prego, straniero!

ORESTE
Dammi retta, non te ne pentirai!

ELETTRA
Ti scongiuro, non strapparmi la cosa a me più cara.

ORESTE
Lasciala, dammi ascolto!

ELETTRA
Da te, Oreste, ho solo dolore: non potrò darti nemmeno sepoltura.

ORESTE
Non dire parole maledette! Piangi senza motivo.

ELETTRA
Non ho motivo di piangere mio fratello... morto?

ORESTE
Proprio questa parola non hai motivo di dire.

ELETTRA
Sono indegna di lui? Non devo piangerlo?

ORESTE
Di nessuno sei indegna, ma di piangere non hai nessun motivo.

ELETTRA
Ne ho, se questo è il corpo di Oreste.

ORESTE
Non è il corpo di Oreste, è un'inganno.

ELETTRA
Dov'è allora il corpo di quell'infelice.

ORESTE
Non c'è tomba per chi vive ancora.

ELETTRA
Che dici, figlio?

ORESTE
Solo la verità!

ELETTRA
Allora è vivo?

ORESTE
Se io sono vivo!

ELETTRA
Tu sei Oreste!?

ORESTE
Guarda questo anello: era di mio padre; guarda se dico il vero.

ELETTRA
È il mio giorno più bello!

ORESTE
Il più bello!

ELETTRA
Ascolto la tua voce!?

ORESTE
Non cercarla più altrove!

ELETTRA
Sei qui tra le mie braccia?

ORESTE
Mi stringerai per sempre!

ELETTRA
Amiche care di questa città, guardate: Oreste è qui! Morto per un inganno, vivo per quell'inganno!

CORO
Lo vediamo, figlia, con lacrime di gioia»

Da: Sofocle, Elettra, IV episodio.
http://volta.valdelsa.net/thiasos/elettra/elettratxt.htm




[1] Edito in Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47, p. 14.
ISBN: 978-88-6682-240-0.
[2] Edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100, pp. 72-73.
ISBN: 978-88-6347-031-4.


lunedì 31 dicembre 2012

Felice e splendente 2013!


A tutti il mio augurio di un Felice Anno Nuovo e che possano avverarsi tutti i vostri sogni. Che ne possiate avere sempre tanti, perché senza sogni non si vive.
Alla vostra lettura uno stralcio dal mio secondo libro, il n. 69 degli 88 miei aforismi (pensieri, massime), pubblicati in Pensieri minimi e massime


«Parafrasando Shakespeare (cfr. La Tempesta, atto IV, scena I), siamo fatti della materia di cui sono fatte le stelle: principalmente di atomi di carbonio e di carbonio sono fatti i diamanti. Immensa come le stelle è la vita, preziosa più dei diamanti.»

© Emanuele Marcuccio
(da Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli – Na, 2012, N. 69, p. 20)
ISBN: 978-88-6682-240-0.


L’immagine riproduce la nebulosa planetaria NGC 5189 avvistata dal telescopio spaziale Hubble proprio in occasione di queste feste.



Pubblicata a fini esclusivamente culturali e non commerciali. I diritti (Copyright ®) sono riservati ai legittimi proprietari.

martedì 25 dicembre 2012

Buon Natale, buone feste


A tutti il mio augurio di un sereno Natale e buone feste con uno stralcio dal mio secondo libro, il n. 34 degli 88 miei aforismi (pensieri, massime), pubblicati in Pensieri minimi e massime

«Ritroviamo e ricerchiamo sempre l’obliato proprio sé fanciullo, perché, solo con gli occhi dell’anima di un bambino si può davvero essere se stessi e volare alto, anche se camminiamo per una strada spesso irta di ostacoli, problemi e preoccupazioni.»

© Emanuele Marcuccio
(da Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, N. 34, p. 13)
ISBN: 978-88-6682-240-0.

Pubblicata a fini esclusivamente culturali e non commerciali. I diritti (Copyright ®) sono riservati ai legittimi proprietari.

martedì 27 novembre 2012

“Pensieri minimi e massime”, recensione critica a cura di Natalia Di Bartolo


di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €

Recensione a cura di Natalia Di Bartolo



Leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dei contenuti espressi dall’autore, ma anche nei confronti di se stessi.
Di fronte alla raccolta Pensieri minimi e massime (Photocity Edizioni, 2012), di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano, classe 1974, è consigliabile avere avuto un approccio non solo con la sua prima silloge poetica Per una strada (SBC Edizioni, 2009), che cronologicamente la precede, ma possibilmente anche con i suoi “documenti biografici” personali, quelli che l’autore denomina “cronologia bio-bibliografica”.
Tale denominazione dimostra a chi si accosti successivamente alla lettura del suo secondo libro, come nell’opera letteraria in questione ci si trovi davanti comunque ad una sorta di agenda-diario, in cui la vita e lo scrivere si fondono e si integrano inscindibilmente ed il cui archetipo è plausibile che sia stato generato (piace immaginarne il seguito scritto a mano ancora oggi), nei tempi della prima adolescenza, giorno per giorno, avvenimento per avvenimento. Ogni più piccolo dato “cronologico bio-bibliografico”, infatti, è stato ed è ancora oggi curato e “repertato” privatamente dall’autore con la certosina pazienza dettata dalla costanza e dal perseguire coscienziosamente lo scrivere, che egli ha ritenuto essere la propria strada e che adesso si è concretizzato anche in questa seconda pubblicazione, corredata da una personale “Introduzione alla Poesia” a cura dell’autore stesso.
Tale costanza, alimentata dalla passione per la propria attività, ha contribuito a rendere la strada suddetta decisamente valida da percorrere e questa, sia pure “sentiero scosceso” (22), in salita come tutte le “strade artistiche”, è stata ed è supportata da documenti vergati con tale determinazione e puntiglio da far pensare che quello dell’autore sia un metodo ammirevole e potenzialmente vincente.
Ma, tornando all’opera letteraria di cui trattasi, occorre leggere i pensieri e le massime di Emanuele Marcuccio soprattutto tenendo conto della sua indole di Poeta. È un’indole innata, che si manifesta fin dal 1990, in giovanissima età, sui banchi di scuola, che si pone come impellente ed imprescindibile, facendo sì addirittura che il poeta scriva per la strada, per esempio, dove, non avendo altro supporto cartaceo, appunta i versi su uno scontrino, o si destreggi in piedi con carta e penna su un autobus affollato: la forza incontenibile dell’ispirazione.
Ci si può chiedere, allora, come mai, quale seconda opera letteraria, il Marcuccio pubblichi un libro di pensieri e massime e non di altre poesie. Ad avviso di chi scrive, alla luce di quanto sopra rilevato a proposito del suo tenere in archivio ogni particolare della propria vita letteraria, il suo carattere è permeato anche da una positivamente pervicace volontà di “memoria esplicativa”, che serva a rendere pure più agevole il percorso della sua poetica, per il lettore e per se stesso. Il Poeta fa chiarezza, nei pensieri e nelle massime, perché ne sente la necessità, ma anche perché farlo è utile a chi legga ciò che ha già scritto in poesia e ciò che scriverà in futuro. Nulla è lasciato al caso, anche se aforismi e massime si rincorrono apparentemente senza ordine d’argomento.
S’inizia a trattare di Dolore: l’autore lo mette in prima linea, lo paragona al mare, con il fluire incessante dell’acqua, memore del bagaglio poetico degli studi umanistici, ma Uomo già abbastanza addentro alla vita per poter aver provato, come tutti, l’umanissimo, cocente sentore di sofferenza a cui si attribuisce l’ampia accezione di “dolore”, contro il quale, a suo dire, può solo l’Amore (8). E di nuovo campeggia tale Dolore, illuminato da un lampo di speranza (2). E dal dolore alla Musica (3), felice cambio di registro.
Poi, transitando per la Felicità (5), passa al Tempo (6); e dal Tempo, finalmente, alla Poesia, tema fondante dell’intera opera. Poesia che nasce dall’Ispirazione (10), punto nodale della poetica del Marcuccio.
Nell’Ispirazione egli ritiene che l’inconscio si possa addirittura perdere, come in una strada spoglia, senza fronde, senza appigli. Tenendo sempre quale fulcro la Poesia, scrive dell’Ispirazione in diversi aforismi, incrociandola con la Cultura, ritenendola madre della riflessione e della scrittura (22), entità breve, fuggitiva e svelta: ai poeti saperla afferrare e trattenere stretta al cuore (27), ma capricciosa padrona che spesso tarda a far loro visita (28); caos nel quale solo i poeti riescono a mettere ordine (53). E da qui si dipartono ancora riflessioni calzanti sulla Cultura, si ritorna alla Musica, ritenuta espressione superiore anche alla Poesia nell’essere capace di far intuire l’Universo (36) e si aprono ulteriori ma non secondarie digressioni sulla Lingua, sulla traduzione in lingua straniera dei testi poetici da effettuarsi senza esitazione possibilmente da parte dell’autore stesso (il Marcuccio è pure un ottimo traduttore in Inglese), perché, anche se “l’abito è cambiato”, permanga ugualmente il suo spirito (38); così come prima egli aveva posto l’accento sull’importanza del non rinnegare mai il proprio dialetto (20).
E ancora riflessioni sull’essere umano, sulla sua ipocrisia nella falsa amicizia (16), ma anche e soprattutto sul suo ruolo fondamentale di fruitore della Poesia, motivo per cui costui compare, a questo punto, tra gli aforismi e le massime. L’autore lo ritiene addirittura “creatore” del Poeta, che senza di lui e la sua trasmissibile emozione non esisterebbe (49) e si inoltra poi nell’ambito puramente tecnico-filologico di quella Lingua che egli ritiene adatta alla Poesia, dall’incipit all’explicit (55).
Musicalità, fluidità e spontaneità, sintesi folgorante, ispirazione, senza mediazioni né di metrica, né di rima: tutto questo è vera Poesia” secondo il Marcuccio (58), poeta “ribelle come il fuoco” (torna in mente Cecco Angiolieri) anche ai canoni della Prosa, così come un autentico poeta, a suo dire, deve essere (59).
Le pause in poesia ed in prosa (59 e 60), la punteggiatura, il bagaglio letterario in generale vengono presi in considerazione, così come si accennava precedentemente, in una volontà finalizzata anche all’esplicazione della tecnica poetica dell’Autore.
E dagli argomenti più specifici, ecco di nuovo dispiegarsi la concezione di Poesia del Marcuccio nel senso più ampio del termine. Egli, dopo gli aforismi riguardanti il proprio giudizio sui fruitori della Poesia , il “mercato”, i gusti dell’ “illetteratura” che imperano nel nostro mondo (70), si apre nuovamente alla ricerca di quella “definizione” di Poesia” che egli stesso sa introvabile, perché la Poesia non ha confini e quindi non può essere definita (73), “rende l’ordinario straordinario” (74), non è al sevizio di nessuno e “quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare” (76).
Ma il Marcuccio non si definisce “Poeta”: la ritiene una parola troppo importante per attribuirsela da sé: “è sempre meglio essere chiamato poeta dai propri lettori” (78). E’ dal cuore che i poeti traggono tesori (83), ma cosa c’è fuori dal proprio cuore? “Che cos’è la folla se non apparenza?” (86) e gli uomini hanno “gli occhi foderati dalle nebbie del pregiudizio” perché si fermano alle apparenze (87). Allora forse è meglio stare lontani dal mondo, quando si può, e leggere, perché leggendo si riesce a frenare il tempo (12) e “si vivono innumerevoli vite sognando” (84). E, come si era constatato nell’aforisma quaranta, è proprio perdendosi nei sogni che, secondo il Marcuccio, si riesce ad ignorare la realtà, ovvero il crudo dolore di vivere, che pure serve per non annegare: ecco il ritorno all’inizio, all’acqua, al mare, “nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante” (1); aggancio assolutamente velato, all’apparenza, ma che contribuisce a donare coerenza all’intera raccolta.
In essa il Marcuccio, intendendo mettere nero su bianco i suoi pensieri più pregnanti, invece di farlo in quella prosa ampia e stilisticamente coercitiva che non sente propria, lo fa in “pensieri minimi e massime”, come schivando la sua avversione verso la letteratura in prosa, ma servendosene ugualmente, con assunti sintatticamente spesso semplici, ma mai banali nei contenuti.
È riuscire a leggere il libro con la massima attenzione fin dall’inizio che ne dà il vero senso: al primo impatto, se quest’ultimo è superficiale, risulta possibile che l’opera non venga colta nella interezza della propria profondità e della propria utilità, perché potrebbe risultare un insieme apparentemente indistinto di riflessioni su argomenti svariati in ordine sparso. Se sviscerata con l’intento di penetrarne il significato fin dal primo pensiero, viene fuori, invece, il suddetto filo conduttore, tutto ciò che veramente l’autore ha sentito di esprimere, mediando pure tra Fede Cristiana ed amore per la Poesia Classica, in particolare per quella Tragica Greca (39) e per quella di Shakespeare, che traspare lampante da alcuni aforismi (non solo nel sessantanove, dove si opera palesemente una parafrasi della celebre frase de La Tempesta: “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, che qui diventano “le stelle”, ma anche nel ventotto e poi nel settantasei, dove aleggia lieve la Queen Mab di Romeo and Juliet).
Quasi liberatorio, poi, appare l’aderire dell’autore alla celebre poetica del Pascoli, in quell’“obliato proprio sé fanciullo” (da un verso della sua poesia “Sé e gli altri”, tratto dal volume Per una strada), condividendola ed esprimendone la condivisione senza alcuna remora né riserbo, senza alcun timore di ripetersi né di ripetere.
Il Marcuccio conduce il lettore tra le pagine di questa breve raccolta proprio con i pensieri che più lo rappresentano, che maggiormente danno l’idea della sua condizione di poeta che, pur nella sede specifica non poetando, sa trasmettere anche in tale contesto la profondità del proprio sentire, per se stesso e per chi legga. Quindi, ritornando all’inizio del presente commento, chi scrive, dopo aver condiviso tanti pensieri, dopo aver letto tante massime che a volte, proprio nella loro costruzione, esse stesse appaiono illuminate da un bagliore poetico, torna, chiudendo il personalissimo circuito del proprio sentire, a riflettere come sia vero che “leggere un libro è sempre opera di scoperta e d’indagine, non solo nei confronti dell’autore, ma anche nei confronti di se stessi”.

Natalia Di Bartolo
(Scrittrice, Poetessa, Critico Letterario-recensionista)

Catania, 19 novembre 2012




È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

martedì 16 ottobre 2012

Tradotta in spagnolo la recensione di Michele Nigro al mio “Pensieri minimi e massime”

Sul numero di ottobre (anno 7, n. 86) della rivista on-line internazionale "Suroeste" (pp. 152-155) è stata pubblicata, con traduzione a fronte in lingua spagnola, la recensione del critico Michele Nigro al mio Pensieri minimi e massime.
http://issuu.com/suroeste/docs/suroeste_n_86_octubre_2012/153

di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €


Segue uno stralcio della traduzione pubblicata sulla rivista: «¿Qué función podrían desempeñar los aforismos en la cultura del siglo XXI? Nosotros, los habitantes de esta gran red, rápida e impaciente, llamada Internet, la mendicidad eterna de tiempo para hacer miles de cosas inútiles disfrazados de necesidad, en busca de información liofilizada y clara, hemos perdido el instinto al ocio creativo y a la reflexión edificante. En este contexto, el aforismo, del griego aphorismós, «definición», desempeña un papel importante en la preservación del patrimonio interior del hombre pensante bajo la forma de cortas secuencias de textos independientes y al mismo tiempo de la inseminación del inner space del lector: como una microscópica vida germinal, capturada y leída por el ojo de un hombre neurótico, sino sediento de pequeñas verdades, el aforismo provoca en el alma de aquel que lo recibe una reacción filosófica inesperada que toma fuerza del  poder de la brevedad. Entre una parada de metro y la siguiente, el tiempo necesario para leer, releer y saborear íntimamente un aforismo, está el secreto oculto de la salvación de nuestro pensamiento anestesiado.
Un secreto que Emanuele Marcuccio, autor de la colección titulada Pensieri minimi e massime, demuestra haber aprendido perfectamente, experimentando los efectos de esta antigua técnica de escritura en primera persona, en su propia vida como poeta y pensador…» continua

giovedì 6 settembre 2012

“Pensieri minimi e massime”, recensione critica a cura di Michele Nigro

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €

Recensione a cura di Michele Nigro

Quale funzione potrebbero svolgere gli aforismi nella cultura del ventunesimo secolo? Noi, abitanti di quella grande rete, veloce e impaziente, chiamata Internet, eterni elemosinanti di tempo per fare migliaia di cose inutili travestite da necessità, alla ricerca di un’informazione liofilizzata e lampante, abbiamo perso l’istinto all’ozio creativo e alla riflessione edificante. In tale contesto l’aforisma, dal greco aphorismós, ‘definizione’, svolge una preziosa funzione di conservazione del patrimonio interiore dell’uomo pensante sotto forma di brevi sequenze testuali indipendenti e al tempo stesso di inseminazione dell’inner space del lettore: come una microscopica vita germinale, catturata e letta dall’occhio di un uomo nevrotico ma assetato di piccole verità, l’aforisma innesca nell’animo di chi lo riceve un’inattesa reazione filosofica che prende forza dal potere della brevità. Tra una fermata della metropolitana e la successiva, il tempo necessario per leggere, rileggere e assaporare intimamente un aforisma, è riposto il segreto per la salvezza del nostro pensiero anestetizzato.
Un segreto che Emanuele Marcuccio, autore della raccolta aforismatica intitolata Pensieri minimi e massime, dimostra di aver appreso perfettamente, sperimentando gli effetti di questa antica tecnica scritturale in prima persona, nella propria esistenza di poeta e di pensatore. Anche se ci troviamo dinnanzi a un pensatore non impegnato in sterili filosofismi accademici, i semplici aforismi di Marcuccio inducono il lettore, proprio facendo leva sulla loro struttura apparentemente innocua, alla riflessione, al voler ritornare più volte su frasi brevi, scarne, dirette, raramente articolate, non bisognose di esegesi acuminate, ma al tempo stesso “banalmente disarmanti” grazie a un meccanismo assiomatico che diviene catarsi.
L’Autore sembra quasi indicare ai suoi lettori un metodo di purificazione del pensiero, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo, anche se di origine privata, in cui non è difficile riconoscersi: un’operazione che diventa possibile perché Marcuccio adopera gli aforismi come se fossero simboli arcaici di una mappa interiore appartenente al genere umano. Aforismi che sottolineano necessità apparentemente scontate; aforismi da ripercorrere, per non lasciarsi ingannare dalla loro semplicità e dalla nostra distrazione di cittadini già saturi di segni sintetici provenienti dall’informosfera. Aforismi da vocalizzare interiormente, per farli propri, per assorbirli, come preghiere laiche che si distinguono dal flusso compatto della narrazione di grandi storie e c’invitano ad approdare su piccole isole di riflessione.
La ricercata “ingenuità” degli aforismi di Marcuccio conduce il lettore alla scoperta archeologica e al conseguente disseppellimento di un nucleo esistenziale incrostato dalla complessità di una vita tecnologicamente avanzata ma deprivata di senso.
Solo chi ha avuto il piacere, nel corso della propria vita, di assistere allo stillicidio diaristico e silenzioso dei propri pensieri sulla carta può comprendere profondamente l’operazione effettuata da Marcuccio: il bisogno di condensare l’esperienza esistenziale in leggi personali; per ricordare a noi stessi le regole che ci hanno aiutato ad andare nel mondo, interpretandolo; per definire ciò che appare indefinibile, fissandolo. Anche se non tutti i pensieri hanno la vocazione a diventare aforismi. Come scrive l’Autore nell’aforisma numero ottantotto, l’ultimo della raccolta: «Un fotografo coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola; bisogna saper scegliere quell’attimo tra mille, da qui si percepisce la sua arte.»
Stralci privati e quotidiani scelti con oculatezza, senza cedere a una sorta di solipsistico protagonismo; sprazzi di esigenze spirituali salvate dall’evaporazione mnemonica e dall’inutile corsa verso falsi impegni che umiliano il pensiero: solo le attività umane degne di questa definizione rientrano nella ricerca di Marcuccio. L’amore, il dolore, la gioia, l’importanza esistenziale della poesia e della scrittura, i rapporti sociali, la saggezza scoperta lungo il cammino, la vita…
I pensieri minimi riecheggiano in maniera autonoma nell’animo di ogni singolo lettore e, a seconda dell’importanza che assumono nel contesto dell’interiorità ricevente, diventano miracolosamente massime.


a cura di Michele Nigro, 4 settembre 2012
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