Il termine “poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole).
Ma come è nata la poesia? Come nasce nell’uomo il bisogno di poesia e di fare poesia?
A
mio modesto parere, la poesia nasce per un bisogno intimo di celebrare,
di cantare costruendo con le parole, infatti, il primo componimento
poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature
di san Francesco d’Assisi (XIII sec. d.C.), in questa poesia, in questo
cantico il poverello di Assisi celebra, loda Dio attraverso tutte le sue
creature.
Ma, andiamo a monte, come nasce la poesia in genere, in particolare, la poesia occidentale?
Le prime testimonianze di poesia nella letteratura greca ci giungono dai poemi omerici (Iliade e Odissea),
risalenti a ca. un millennio prima della nascita di Cristo, dapprima
tramandati oralmente attraverso gli aedi e i rapsodi, cioè i trovatori, i
cantastorie del tempo, successivamente, trascritti, anzi, si ritiene
che l’alfabeto greco sia stato inventato proprio per trascrivere i poemi
omerici, il cui autore, Omero, è probabile non sia mai esistito, ma che
sia, in realtà, il prodotto culturale di una collezione di autori
anonimi, anzi, proprio per risolvere questo dilemma è nata la cosiddetta
“questione omerica”, tuttora ben lontana dall’essere risolta.
L’Iliade,
con le sue migliaia di versi, vuole celebrare, in particolare, gli
ultimi cinquantuno giorni della decennale guerra di Troia e i suoi
signori, vuole anche cantare i sentimenti più profondi dei protagonisti.
Mentre, l’Odissea vuole celebrare il periglioso viaggio di ritorno, successivamente alla caduta di Troia, di Odisseo (Ulisse), leggendario re dell’isola di Itaca, per la precisione gli ultimi 38-40 giorni escludendo i racconti di flash-back.
Nel suo significato profondo, penso voglia celebrare la lotta dell’uomo
con se stesso per vincere i fantasmi della guerra che lo attanagliano e
poter così finalmente ritornare a casa ritrovando la pace dopo
un’ultima lotta.
A differenza dell’Iliade, nell’Odissea
abbiamo una celebrazione, un canto più intimo, quello del cuore umano,
che combatte con se stesso ed è continuamente messo alla prova
sopportando tutto con pazienza e agendo con astuzia.
Dunque,
l’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo
un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e
introspettivi ai più altisonanti. Cosicché, se la poesia fa parte del
nostro essere, anche noi possiamo celebrare, in questo caso è più
corretto dire “cantare”, i più intimi sentimenti, le nostre più profonde
emozioni. Possiamo celebrare anche cose astratte ma che nascondono in
sé cose umanissime ricorrendo al concetto poetico del correlativo
oggettivo, diffusissimo nella poesia moderna ed elaborato dal poeta
statunitense e naturalizzato inglese T. S. Eliot (1888-1965) nel 1919,
di modo ché, anche i concetti e i sentimenti più astratti vengono
correlati in oggetti ben definiti e concreti. Eliot dichiarò che il
correlativo oggettivo è “una serie di oggetti, una situazione, una
catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare,
in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono condurre ad
un’esperienza sensibile, venga immediatamente evocata l’emozione”.
Nella
poesia italiana questo concetto troverà la sua più alta espressione
nella poetica di Eugenio Montale (1896-1981), che utilizzò un
correlativo oggettivo per intitolare una sua raccolta Ossi di seppia; infatti, tutti gli elementi della natura possono essere messi in correlazione a condizioni spirituali e morali.
Possiamo
celebrare un personaggio storico, un letterato, un accadimento
contemporaneo, un personaggio letterario o un suo episodio, in una
parola “tutto”. Ogni poesia, però, dovrà scaturire dall’ispirazione, da
quella scintilla creativa che ci fa prendere la penna in mano e ci fa
scrivere quello che il cuore detta. E, affinché la poesia sia vera e
sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo
scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima
ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il
tempo che ci sarà necessario. In caso contrario, diventerebbe solo
qualcosa di artificioso che non è espressione del proprio sentire; come
scrivo in un mio aforisma (il numero quarantuno): “La poesia non è
puro artificio, non è sterile costruzione ma piacere per gli occhi e per
il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci
spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto
nocchiero che è il nostro cuore”. E in un altro (il numero quarantatré): “Il
poeta sogna, si emoziona, si meraviglia; in caso contrario, tutto
sarebbe puro artificio, sterile e fredda creazione, come voler scrivere
su di un foglio di vetro”.
Tutto questo, nella sua
essenza, è in definitiva la poesia: un canto dell’anima, un canto senza
l’ausilio di strumenti musicali, la musica ci è data dalle parole (con o
senza rima) che cercano di esprimere quello che l’anima detta, che è
sempre un cercare di esprimere, come ci insegna Ungaretti in una famosa
intervista televisiva del 1961, non si potrà mai arrivare
all’espressione compiuta della propria anima.
Potrete leggere questa mia introduzione alla poesia anche sui seguenti siti:
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Poesia e Vita
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Alla volta di Leucade
Cresy Caradonna
MGCompagnini
In parole semplici
Partecipiamo
Néorìa - Cultura e Passioni
L'introduzione è edita, in appendice al mio secondo libro Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, 2012, pp. 30-32.
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ISBN: 978-88-6682-240-0.
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Vi rendo noto che questa mia introduzione alla poesia sarà presto pubblicata in appendice al mio secondo libro, una silloge di aforismi Pensieri minimi e massime, prefazione a cura del critico Luciano Domenighini e postfazione a cura di Lorenzo Spurio, scrittore e critico recensionista.
RispondiEliminaGrazie e per il 7 giugno è programmato l'inserimento dell'introduzione sul blog internazionale "In parole semplici"! :)
RispondiEliminahttp://parolesemplici.wordpress.com/
Thanks foor sharing this
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